jueves, 6 de agosto de 2026

UN MINUTO DEL SUO TEMPO



«Aspetti. Rimanga un minuto».

L’uomo la guardò stranito; aveva finito di vestirsi e tirò una boccata nervosa alla sigaretta, come se la richiesta fosse qualcosa di stravagante. «Ti ho già pagato, no?».
«È solo un minuto». Era la prima volta che chiedeva una cosa del genere a un cliente e ignorava il perché lo stesse facendo. Un impulso, l’ultimo tentativo di una persona che stava annegando.

Neanche l’uomo sapeva perché acconsentì, ma si sedette sul bordo del letto e trascorse il minuto a guardare il proprio orologio da polso. Era un orologio economico.

«È già ora?», disse quando il minuto fu trascorso.

«È già ora», disse lei. «Può andarsene, se vuole».

Il quinto cliente volle sapere. «Perché lo fai, ragazza?». Parlava in modo strano, con un accento duro, rispettoso e diffidente allo stesso tempo. Ma non l’aveva trattata con delicatezza; era rozzo e maldestro.

«Non lo so ancora, signore. Con questo sono cinque».

«Cinque minuti, ragazza?».

«Sì». Non ritenne opportuno aggiungere altro.

L’uomo rimase in piedi, in silenzio; non guardava l’orologio, non lo portava. «È già ora?», disse quando credette che fosse trascorso il minuto.

Quella era l’unica cosa che li accomunava tutti. Tutti chiedevano: «È già ora?». Non importava se avessero o meno l’orologio.

«Grazie», disse lei.

Il ventitreesimo – su questo non ci sono dubbi, perché lei contabilizzava scrupolosamente ogni singolo minuto ottenuto – era un esperto lanciatore di frecce, un arciere che partecipava a competizioni. Si sorprese più degli altri, ma si mostrò generoso.

«Un minuto? Potrebbero essere cinque o dieci. È molto piacevole».

«Dieci?». A lei brillarono gli occhi; non si aspettava che qualcuno le regalasse dieci interi minuti volontariamente.

«Dieci, venti, quanti ne vuoi; niente e nessuno mi aspetta».

«Dieci vanno bene», disse lei, stordita.

«Immagino che vorrai saperlo. L’arciere, l’arco, la freccia e il bersaglio sono una cosa sola…».
Lei non era interessata. Ma l’arciere voleva raccontarglielo e continuò con la sua precisa, minuziosa spiegazione non richiesta.

Grazie all’arciere e a un anziano molto raffinato ed elegante riuscì a completare la prima ora. L’anziano non era all’altezza delle circostanze, ma le regalò comunque mezz’ora intera, in silenzio. Le chiese solo di rimanere nuda, immobile, e lei acconsentì senza fiatare. L’uomo passò la mezz’ora a guardare un neo che lei aveva tra i seni: non i capezzoli o la vulva, l’anziano guardava il neo. Fu la prima volta che fu lei a dire «È già ora», e non era una domanda.

L’ora intera che aveva ottenuto era un’ora vergine e assolutamente sua; non doveva condividerla, né tantomeno mostrarla, sebbene fosse quasi certa che nessuno, tra le persone che la circondavano, sarebbe stato capace di percepire la sottile consistenza di quei sessanta minuti, la fragile trama che formavano i secondi, intrecciati come cristalli di neve. Si chiedeva anche se fosse prudente continuare ad accumulare tempo o se, al contrario, dovesse spenderlo prima che scoppiasse, come una bolla di sapone.
Il ritorno fu doloroso, come sempre. Ad attenderla c’era la stessa trama di urla e rimproveri; il denaro, l’unica cosa che contava in quella casa, passò ancora una volta dalle sue mani a quelle degli altri. Ma era irrilevante, e decise di non spendere il tempo accumulato in quella dimensione appassita della sua vita. Guardò i monconi di papà e annusò l’acerba ubriacatura di mamma come se entrambi fossero gli attori non protagonisti di un pessimo programma televisivo. Uscì sbattendo la porta. La mamma barcollò, cercando di trattenerla; papà nemmeno quello.

Per una strana coincidenza completò un intero giorno con il cliente numero mille. Gli ultimi minuti le furono regalati da un marinaio liberiano con cui non riuscì a scambiare nemmeno una parola. Ma l’uomo capì di che cosa lei avesse bisogno, come se una contiguità naturale con le cose primordiali gli permettesse di fare a meno dei segni. Furono undici minuti esatti e lei ottenne un giorno intero, il suo trentadue di gennaio; un lasso di tempo fuggitivo catturato grazie a un artificio, a un tranello. Le apparteneva, era suo, privato, e l’inquietava solo il sapere quando avrebbe avuto il coraggio di spenderlo.
«Grazie», disse.

Lui scosse la testa, gli brillarono gli occhi e si inumidì le labbra con la lingua. «Grazie», ripeté, senza sapere quello che diceva. Sarebbe stata una misteriosa meraviglia conoscerla senza che il denaro entrasse a far parte del gioco. «Grazie», ripeté ancora una volta. Era una bella parola che rotolava e schioccava come un pesce intrappolato in un amo.
Lei sorrise e gli aprì la porta. Ma lui non se ne andò. Tirò fuori dalla tasca banconote di diversi paesi e tagli e con esse scrisse parole dolci che significavano più o meno la stessa cosa in qualsiasi lingua.

«Non posso», disse lei scuotendo la testa. «Ho completato il mio giorno. Non lo farò più».

Lui raccolse il denaro formando un mucchietto e se lo rimise in tasca; aveva capito.

Lei gli prese la mano e lo costrinse a toccarle le palpebre umide.

«Thomas», disse il marinaio indicandosi il petto.

«Samantha», disse lei; storse la bocca e scosse la testa. «No. Non è vero; mi chiamo Rosa».

«Rosa», ripeté lui trascinando le sillabe fino a trasformarle in un suono ventoso e aspro, secco come il soffio del fiato in una canna vuota.

«Devi andartene; vattene», disse Rosa indicando la porta.

Thomas annuì tristemente. Fece due passi strascicando i piedi e afferrò la maniglia; spinse verso il basso e girò la testa. In quel momento vide l’intero giorno girare tra onde e spirali di colori intorno a Rosa. Lei cercò di nasconderlo tra le pieghe della blusa, ma scoprì di essere nuda. Troppo tardi per qualsiasi cosa, mosse le braccia come pale, come una farfalla intrappolata nella marmellata.

Thomas sbatté le palpebre. Vedeva chiaramente il giorno che lei era riuscita a ottenere. Era una variopinta fusione di pizzi e ricami; ai lati, vicino ai punti in cui ogni minuto precipitava nel successivo, si vedevano rivetti dorati, con rilievi simili a uncini e dischi appena percepibili che giravano alla massima velocità. L’insieme sembrava una bestia maligna o per lo meno tortuosa, pronta a far rispettare la propria volontà inesorabile.

«Rosa?». Cercò di avanzare ma fu fermato dal braccio alzato della ragazza.

«Non toccarlo!».

«No?». Thomas, che oltre all’affinità con le essenze possedeva l’intuizione dei viaggiatori, seppe che quel luogo gli era precluso; un marinaio conosce i porti proibiti o da quale taverna uscirà con un taglio in faccia. Un no è un no. Prima si fermò e poi fece un gesto indefinito, di sconcerto o di prevenzione.

Rosa non seppe interpretare quel gesto: credette che la mano alzata, come tante altre volte, si sarebbe abbattuta sul suo viso e si coprì con le braccia a croce.

«No!».

Un no è un no. Lui capì e girò come una trottola. Estese il corpo lungo i cerchi concentrici di una nebbiosa premonizione e si rannicchiò. Non poteva esprimere con parole, parole di un’altra lingua che Rosa non avrebbe capito, che anche lui aveva un giorno intatto, costruito con frammenti di maree, onde, tempeste. Che cos’è, in fondo, ciò che inseguiamo per tutta la vita? Ma non poteva neppure dirle che se li avessero uniti avrebbero avuto due giorni perfetti, due gemme che avrebbero potuto fondersi fino a perdere la loro identità e diventare molto più del doppio di se stesse.

Rosa intuì qualcosa di tutto ciò, sebbene non volesse rischiare; non doveva esporre il suo giorno intatto ai capricci di un respiro estraneo. Il complicato amalgama di spirali girò su se stesso per esporre gli accessi alla brezza che soffiava dal lontano mare, e diede un nome a ciascuno dei punti che pulsavano nella stanza. Un bagliore dorato brillò come le ali di un colibrì che sbattono alla massima velocità.

Thomas, non avendo più nulla da perdere, convocò i suoi amici delle ombre, si vestì con i bagliori di una giovinezza spezzata in un villaggio chiamato Soboe, rivisse i simmetrici infortuni di un padre ubriacone e violento, di una madre violentata dai soldati durante una delle tante guerre. Nascere in Liberia, è la stessa cosa che essere linciati da una folla assetata di sangue. Allora, non avendo più nulla da perdere, creò un fulgore flessibile, sotterraneo, saporito, la specie di materia che covano nei loro nidi gli uccelli invisibili, l’accolse nel cavo della mano e lo conficcò nel petto di Rosa. Disse qualcosa nella propria lingua, una parola di scusa, capace di esprimere tutto l’amore dell’universo. E mentre la donna dissanguava, lui trovò la forza di tagliarsi la giugulare con il filo di un’onda.

Il tempo, convinto che quello fosse il miglior finale possibile, sommò i giorni vinti da Rosa e Thomas e li moltiplicò per due, per quattro, per otto, per infinito. Più tardi, molto più tardi, uscì dalla stanza, chiuse a chiave e la gettò nelle fauci di un drago che passava casualmente di lì.

Traducción al italiano: Heiko Caimi

El cuento en castellano: 

https://microficcionesycuentos.blogspot.com/2026/08/un-minuto-de-su-tiempo.html

El cuento en italiano: INKROCI

Sergio Gaut vel Hartman – Un minuto del suo tempo - Inkroci Magazine



 

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