Era distratto, con la mente persa nei labirinti di un dolore recente. Per questo, quando il mendicante entrò nel vagone farfugliando il suo discorso, non gli prestò attenzione.
«A me non mi manda nessuno; io chiedo per me. Per me,
chiedo. Ho avuto un incidente; ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per
favore.» Le parole si fecero strada con difficoltà, e ci mise un po’ a mettere
in relazione la richiesta con la figura voluminosa che dondolava nel corridoio
al ritmo del treno. «A me non mi manda nessuno; io chiedo per me. Per me,
chiedo. Ho avuto un incidente; ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per
favore.»
Strano, si disse, c’è qualcosa che non quadra. Osservò
il mendicante negli occhi e percepì il contrasto tra il discorso, ripetuto come
una cantilena, e i gesti con cui l’uomo si muoveva nell’ambiente. Erano le
diciotto passate; l’ora di punta. Il vagone era pieno di gente che tornava a
casa sua, nei sobborghi. Ma il mendicante si muoveva come se il treno fosse
vuoto. Sta mentendo, pensò; finge: non c’è dubbio che sta interpretando un
personaggio creato per chiedere l’elemosina. Non ne fu sorpreso. Sebbene appartenesse
più al folklore urbano che all’ambito degli studi seri, era risaputo che molte
persone praticavano l’accattonaggio con la stessa professionalità con cui si
riparano gli orologi o si lustrano i mobili. Decise che non valeva la pena
torturarsi con una riflessione tanto inclemente. Cercò alcune monete e si
preparò a dargliele quando si fosse avvicinato.
Sarebbe finito tutto così, se non fosse stato che il
mendicante si lasciò scappare un’esclamazione, sicuramente per aver ricevuto
una moneta falsa. Non fu l’esclamazione in se stessa a sorprenderlo; non
l’avrebbe fatto nemmeno se fosse stata pronunciata in un’altra lingua. Lo
stupore venne dal fatto che per un istante, per un’infima frazione di secondo,
il mendicante oscillò ai confini della percezione, mostrando che sotto il suo
involucro umano, c’era un artefatto, o qualcosa di non umano che lo faceva sembrare
tale. Si stropicciò gli occhi, sconcertato, come se fosse logico attribuire il
fenomeno a un'illusione ottica. Quando il mendicante lo raggiunse, cercò di
scoprire qualche altro segno che mettesse in evidenza la sua natura occulta, ma
vide solo un uomo corpulento, gravemente danneggiato da un ictus cerebrale;
trascinava la gamba sinistra, e il braccio dello stesso lato pendeva come un
pezzo di carne morta. Le difficoltà nella dizione erano dissimulate
dall’abitudine di ripetere lo stesso discorso, tuttavia la voce gli tremava
ogni volta che pronunciava la parola “incidente”. Gli diede le monete che aveva
preparato. Il mendicante si fermò e disse:
«Dio la benedica e le dia il doppio.» Poi, con un
movimento che smentiva l’inutilità del braccio, strinse il pugno e le monete
scomparvero. Non le ripose in tasca, né le depositò nel berretto attaccato alla
cintura: scomparvero. Un’altra illusione ottica? Pensò che non avrebbe perso
nulla affrontandolo; nel peggiore dei casi avrebbe ricevuto una risposta
incomprensibile, fuori programma, o nessuna. Ma il mendicante gli aveva già
dato le spalle, e continuava il suo cammino per il vagone affollato, con la gamba
a rimorchio e la mano che pendeva flaccida all’estremità del braccio. Non
chiedeva permesso: si spingeva e passava tra la gente, come una macchina
programmata per svolgere questo compito.
Un episodio banale; già passato. Aveva senso
continuare a farsi domande su ciò che aveva visto, il presunto artefatto
travestito da mendicante? Una macchina per chiedere elemosina. Ingegnoso. Una
volta ammortizzati i costi del progetto e della costruzione, ci si sarebbe
trovati davanti a un generatore instancabile di profitti, in attività
ventiquattr’ore al giorno, tutto l’anno, per anni e anni, infaticabile,
efficace. I costi di manutenzione sarebbero stati minimi: le macchine non
mangiano, non dormono, non ricevono stipendio, non fanno proteste sociali, non
chiedono vacanze, non si ammalano… Perfetto! Abbandonò l’idea perché era troppo
fantasiosa e ricadde in fretta nella sua profonda malinconia. In realtà non gli
interessava; quand’anche fosse come aveva immaginato, non gli importava.
Tuttavia, quando il mendicante passò nel vagone
seguente, lo seguì con gli occhi. C’era una coincidenza, per lo meno
intrigante. L’ultimo vagone percorso collimava alla perfezione con l’arrivo al
capolinea. Otto vagoni, sedici stazioni. Matematicamente esatto; una
concessione spettacolare alla simmetria, che in realtà, di solito, si limita ad
andare a occhio.
Scendendo, prolungò l’investigazione mettendosi a
venti passi dal mendicante. L’uomo (resisteva ad accettare che la sua ipotesi
potesse essere veritiera) restò fermo accanto all’ultima porta dell’ultimo
vagone. Questa, quando il convoglio avesse invertito la marcia per percorrere
il tragitto dal terminal alla testa del treno, si sarebbe convertita nella
prima porta del primo vagone. Le precisioni matematiche nel comportamento del
disabile continuavano a fare a pugni con la logica. Se l’impressione che derivava
dal suo aspetto e dal suo comportamento faceva supporre che l’uomo riuscisse a
mala pena a badare a se stesso, il modo in cui aveva organizzato il suo lavoro
dimostrava il contrario. Credette di intravedere, di sfuggita, un cambio di
atteggiamento, quando i nuovi passeggeri iniziarono a occupare le carrozze, ma
non gli diede peso. In quel momento aveva già deciso di seguire il mendicante
fino alla fine del mondo, se fosse stato necessario. Non aveva niente
d’importante da fare, nessuno lo aspettava, e gli avrebbe fatto bene, in ogni
caso, concentrarsi su un’impresa romanzesca, anche se fosse stata un’illusione,
una colossale sciocchezza.
Quando il convoglio fu sul punto di partire,
all’ultimo secondo il mendicante montò sul treno e lui, distratto nelle sue
congetture, dovette correre per non perderlo. Solo l’aiuto spontaneo di uno che
tenne bloccate le porte automatiche, gli permise di salire prima che il treno
si mettesse in marcia.
Una volta a bordo, senza la possibilità di sedersi, si
rannicchiò per passare inosservato e seguire con attenzione i movimenti del
mendicante.
«A me non mi manda nessuno; io chiedo per me. Per me,
chiedo. Ho avuto un incidente; ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per
favore.» Le stesse parole, la stessa incomprensibile oscillazione su “incidente”.
Con un’invidiabile precisione, il mendicante percorse il vagone nello stesso
tempo che il treno impiegò a raggiungere
le prime due stazioni.
Mentre sentiva crescere dentro di sé l’eccitazione che
generava stare dietro alla risoluzione di un enigma, per piccolo che fosse,
immaginò tre o quattro conclusioni possibili, alcune delle quali comportavano
un certo rischio alla sua integrità. Stava forse agendo sotto l’influenza di un
impulso suicida? Accettò l’idea, anche se non del tutto. La sua ferita
interiore era profonda, di quelle che non cicatrizzano tanto facilmente. Ma era
sicuro che la sua brama di conoscenza avrebbe avuto la meglio su qualsiasi
disgraziata tendenza.
Cercò ancora una volta il mendicante. Non lo vide, in
effetti. Doveva trovarsi nel terzo vagone e se la sua modalità di azione era
quella prevista, non aveva motivo di preoccuparsi; non l’avrebbe perso. A quel
punto lo assalì un nuovo dubbio. Se la teoria dell’artefatto era corretta, il
mendicante non sarebbe mai sceso dal treno, o per lo meno non sarebbe mai
uscito dalla stazione di arrivo, mantenendosi in una sorta di circuito chiuso.
Sicuramente sarebbe entrato in contatto con l’incaricato di raccogliere gli
incassi, ma lui non sarebbe riuscito a ottenere una sola informazione in più.
Sarebbero stati i suoi stessi limiti, mangiare, dormire, soddisfare le
necessità fisiologiche, quelli che avrebbero finito per fargli perdere la pista
del disabile. Non aveva senso. Stava inseguendo un fantasma. Sarebbe stato
meglio abbandonare a quel punto, prima che l’ossessione imprigionasse la sua
volontà.
Tuttavia, si concesse un ultimo tentativo. Se riusciva
a dimenticare l’indagine, tenuto conto che già sapeva che non l’avrebbe
condotto da nessuna parte, e scopriva tra gli altri passeggeri qualcuno che
avesse notato lo strano comportamento del mendicante, forse avrebbe ottenuto
una risposta soddisfacente senza ulteriori indugi. Questa possibilità lo animò
a tal punto che osò abbordare il tipo più vicino a lui.
«Mi scusi.» disse a un giovane dai capelli rossi e
ricci, che aveva passato tutto il viaggio cercando un posto adatto al suo
grande zaino. Ha osservato il mendicante che è passato un momento fa, quello
afasico, grasso, che ripete un discorso come un disco rotto?
Il ragazzo lo guardò perplesso, ma non sembrò
infastidito dall’intrusione. «Lo vedo tutti i giorni che viaggio, ormai non gli
faccio più caso. Che cosa ha fatto?»
«Fare non ha fatto niente di speciale. È difficile da
spiegare. Sicuramente penserai che sono matto o che inseguo qualcosa di strano.»
Il giovane si strinse nelle spalle. «Di sicuro avrò
ascoltato cose peggiori.»
«La mia è solo una sensazione, un flash. Ho visto
qualcosa di molto strano quando è passato vicino a me, qualche tempo fa; lo sto
inseguendo da allora.»
«Allora se l’è fatto scappare, perché è almeno tre
vagoni dietro.»
«Non importa. So dov’è in questo momento. Non è
questo. Agisce con regolarità, come se fosse una macchina.»
«Un robot mendicante?» Il ragazzo aveva subito colto
l’idea. «Suona assurdo.»
«Sì, vero?» Il treno si era riempito a ogni stazione e
l’atmosfera era ormai soffocante. Si chiese come avrebbe fatto il mendicante
per attenersi al suo schema: un vagone per ogni tratto. «Secondo il mio calcolo,»
proseguì «all’ottava stazione sarà arrivato all’ultimo vagone, il che lo
obbligherà a prendere un treno che torna indietro o il prossimo nella stessa
direzione di questo.»
«È sicuro di quello che dice? Guardi, io lei non la
conosco. Potrebbe essere un lunatico a cui oggi gira così. A me il mendicante
non ha fatto niente. Devo scegliere tra voi due?»
«Hai ragione, ti chiedo scusa.»
«No, va bene.» Il giovane sembrò accorgersi di aver
agito bruscamente e cercò di rimediare al suo comportamento. Tese la mano e si
presentò. «Mi chiamo Julián; faccio questo percorso tutti i giorni.» Sorrise. «Studio
in centro, Scienze Sociali.»
«Splendido! Io sono Esteban Gandolfo. Come vedi, perdo
il tempo con queste sciocchezze.»
«Ha intenzione di seguirlo?» Fece un gesto vago, nella
direzione probabile in cui avrebbe potuto trovarsi il disabile in quel momento.
Nella domanda era implicita un’altra.
«Non ho niente di meglio da fare. Sono rimasto vedovo,
due mesi fa. Quando torno a casa, mi siedo su una sedia e rimango per ore a
guardare il vuoto. A volte mi ricordo e accendo la televisione; allora resto
ore a guardare la televisione come se fosse il vuoto. Questa cosa almeno,
sebbene sia ancora più pazza, sembra più interessante, non credi?»
«Mi dispiace.» disse il giovane, a disagio, poco
abituato a esprimere condoglianze.
«Non c’è problema. Mi scuso ancora una volta per
averti coinvolto.»
Il ragazzo indossò lo zaino e si preparò a superare la
marea umana che occupava l’intera area della vettura. Ma non riuscì a fare
nemmeno cinque passi.
«Sarà difficile sorprenderlo. È molto preparato.»
«Credo che sarà meglio intercettarlo nell’ottava
stazione, fuori dal treno.»
«Meglio. Conti su di me.» A quanto pare, Julián aveva
deciso di confidare nell’istinto del suo reclutatore. Che cosa lo aveva
attratto della proposta? Vi aveva trovato qualcosa d’interessante o era uno di
quei ragazzi accondiscendenti che si lasciano incantare da tutto? Esteban si
sentì invaso da una serie di emozioni violente. Considerando che il mendicante
doveva trovarsi a cinque vagoni di distanza, avevano appena il tempo di pensare
a una strategia. Due stazioni. Una e mezza, in realtà.
Per questo li sorprese vedere il mendicante che
tornava indietro, avanzando con difficoltà, fuori tempo e distanza, recitando
la sua monotona cantilena.
«A me non mi manda nessuno; io chiedo per me. Per me,
chiedo. Ho avuto un incidente; ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per
favore.»
«Parlava di questo qui, no?» disse Julián.
«Parlavo di lui.» ammise
Esteban. «Ma qualcosa non quadra. Non dovrebbe essere di ritorno. Ho rilevato un modo di agire, immutabile, o così credevo; questo
non segue lo schema.»
«Sta ritornando prima dell’ottava stazione. Si sarà
reso conto? Lei ha detto che percorreva il treno in una direzione e all’ottava
cambiava nell’altro.»
«Era un’ipotesi. Pare che sia stata smentita.»
Il mendicante era molto vicino, e trascinava la gamba,
il braccio penzoloni, flaccido, lo stesso discorso, con la sua scivolata su “incidente”.
«Se non c’è una routine, non c’è mistero.» disse il
ragazzo. «Solo un povero storpio che cerca di guadagnare qualche moneta.»
«Un momento! Il braccio.»
«Che cos’ha?»
«È l’altro.»
Inaspettatamente, una donna con la pelle scura, le
ciglia lunghe, e l’espressione stanca sembrò interessata alla conversazione, e
senza che nessuno le desse corda, decise di intervenire.
«L’ho notato.» disse. «Quando è passato all’andata, il
braccio e la gamba danneggiate erano quelle del lato sinistro, mentre ora
trascina il destro.»
«Esatto!» Senza approfondire troppo, Esteban aveva
tratto un paio di conclusioni preliminari: i mendicanti erano due, identici o
quasi, e percorrevano il treno in senso inverso; il mendicante era uno solo, ma
lo schema non era un vagone a stazione, bensì si adattava alle decisioni di un
operatore che lo gestiva con un controllo remoto. Questo spiegava il cambio del
braccio e della gamba invalidi. Assurdo? Non aveva, al momento, una spiegazione
migliore. Julián e la donna sembravano essersi sintonizzati e si scambiavano
opinioni, ragionando sul fenomeno del mendicante.
«Oso andare oltre,» stava dicendo lei. «Credo che non
sia un essere umano.»
«Davvero l’ha pensato?» disse Esteban. «Non mi dica!»
«È da pazzi, no?»
«Niente affatto; io ho percepito o ho creduto di
percepire qualcosa di simile.»
«Silenzio,» disse Julián. «Sta arrivando.
Affrontiamolo. Cosa potrebbe succedere?»
«Facciamolo. Togliamolo dalla routine.» Senza esitare,
Esteban estrasse un biglietto, non monete, dal taschino interno della giacca e
lo mise davanti agli occhi del mendicante. Questi alzò la mano sinistra per
raccogliere il denaro, mentre recitava il ringraziamento di rito.
«Che Dio la benedica…» Ma il biglietto era sparito,
fatto scomparire con un semplice movimento del polso. Non ci fu smarrimento
nell’espressione del mendicante, però sì uno strano fischio acuto, come se una
valvola avesse liberato aria compressa.
«Una risposta e il denaro è suo.»
«Che cosa gli fa?» disse una donna anziana, con i
capelli grigi. «Non sia crudele. Gli dia i soldi e lo lasci in pace. Non lo
provochi. È un povero storpio!»
«A me non mi manda nessuno; io chiedo per me.» disse
il mendicante.
«Mente! È una macchina per elemosinare.»
“Per me, chiedo. Ho avuto un incidente.
«Non ho mai visto niente del genere!» tornò a
protestare la donna anziana, furiosa. «Non lo faccia soffrire. Bisogna essere
una bella canaglia per…»
«Chiede per un soggetto a noi sconosciuto, per motivi
che non sappiamo. Non è un essere umano!»
«Che dice? Di che parla?» Un uomo vestito con
l’uniforme verde e gialla di una società di smaltimento rifiuti avanzò verso
Esteban col proposito di colpirlo. Senza volerlo, la folla gli impedì di
raggiungerlo. Nonostante ciò, alcune persone iniziarono a prendere le parti del
disabile, che, per chiunque osservasse la scena, era la vittima di un sadico,
di un demente o peggio. Perfino la donna dalle lunghe ciglia e Julián
iniziarono a guardarlo con sospetto, domandandosi se non si erano schierati
dalla parte dei cattivi. Sarà stato disturbato dal principio o il processo era
iniziato in quel momento?
«Lo lasci stare! Non si rende conto che ne ha già
abbastanza con la sua croce?» intervenne una donna incinta. «Lei non sa cos’è
il rispetto.» Una fertile onda di proteste si alzò in coro, fondendosi con i
suoni del treno che continuava la sua marcia, estraneo al conflitto scoppiato
al suo interno.
«Ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore.»
«Che qualcuno chiami la guardia!» gridò un uomo alto e
obeso, con la testa rasata e folti baffi neri. «Sicurezza! Sicurezza!»
«Aspettate.» disse Esteban, bloccato contro una delle
porte automatiche; le sue possibilità di essere catapultato sulla piattaforma
nel caso che il treno si fosse fermato erano enormi: la pressione della gente
era in aumento e lui, con le mani in alto, non riusciva a convincere nessuno;
semmai tutto il contrario. «Non cerco di far del male allo storpio. Ascoltate:
succede qualcosa di molto strano con quest’uomo. L’unica cosa che mi interessa
è verificare. Anche loro l’hanno notato.» aggiunse indicando Julián e la donna
dalla pelle scura.
«Ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore.»
«Io no.» si difese il ragazzo. «L’ho seguito solo per
curiosità.» La donna restò in silenzio; aveva esaurito i suoi argomenti e la
stanchezza tornava a prendere possesso della sua volontà.
«A me non mi manda nessuno.» insisteva, ostinato, il
mendicante. Il treno si era fermato a una stazione, ma le porte non si
aprivano. La fermata si prolungava più del necessario: non era irragionevole
supporre che la notizia del tumulto fosse arrivata alle orecchie del personale
di sicurezza, che si stava organizzando per intervenire sulla questione. Il
tempo stringeva e a Esteban non veniva in mente niente di efficace. Per
fortuna, l’aggressività della gente, in ansiosa attesa, era diminuita, ma non
c’erano garanzie che la violenza non si scatenasse al minimo stimolo.
«Nel primo vagone!» sentì Esteban che gridavano «C’è
uno che ha fatto del male al Pinguino!»
Il Pinguino! Così lo chiamavano? La contorta ilarità
che produsse a Esteban l’idea, svanì al notare che lo stavano accusando di un
abuso non commesso. La gente si era allontanata da lui e lo guardava con
disgusto, con apprensione, con risentimento. Era ciò di cui aveva bisogno.
Strappò lo zaino a Julián e prendendolo per le cinghie con le due mani, lo
scaricò sulla testa del mendicante nello stesso momento in cui questo ripeteva
per l’ennesima volta la sua litania:
«Ho avuto un incidente...»
«Ne avrai un altro!» urlò Esteban.
Lo zaino impattò contro la testa, che volò come una
meteora, sfiorando al suo passaggio tutti i sostegni di una fila, che
tintinnarono musicalmente. Il corpo del mendicante iniziò a girare senza
controllo e una pioggia di placche, componenti, condensatori, resistenze e
chissà che altro si riversò sui passeggeri del treno. Viti e rondelle
rotolarono sul pavimento del vagone, formando un assurdo ruscello.
«Una moneta, per favore.» continuava a pregare il
corpo decapitato. Esteban dedusse che il riproduttore era in qualche punto
vicino all’ascella. Ma questa deduzione passò in secondo piano quando notò che
quasi tutti i passeggeri si avventavano sui componenti sparsi del mendicante e
altri, più audaci ancora, lo smembravano per impadronirsi delle braccia e delle
gambe. All’altra estremità del vagone, lo smaltitore di rifiuti vestito di
verde e giallo, esibiva trionfante la testa, imponendo la superiorità del suo
fisico contro quelli che cercavano di strappargliela. Quando fu certo che tutti
riconoscevano il suo diritto, svitò la propria testa e provvide a sostituirla
con quella del mendicante.
«È di ultima generazione!» esclamò, euforico.
Un’ovazione coronò la conquista.
La maggior parte dei passeggeri si disinteressò di
Esteban, che solo pochi minuti prima era pronta a linciare, e si dedicò a
confrontare e soppesare i pezzi ottenuti nello smantellamento. Del mendicante
restava solo il nucleo del tronco con l’unità di suono, che per qualche strana
ragione nessuno aveva reclamato. Esteban si chinò e poté ascoltare, anche se il
volume era già molto basso, l’invariabile aringa, quasi impercettibile.
«… io chiedo per me. Per me...»
Infine le porte si aprirono e la folla si riversò
sulla piattaforma.
Título original: Disfraz
Tradotto dallo spagnolo: Giuliana Acanfora.

No hay comentarios:
Publicar un comentario