«Aspetti. Rimanga un minuto».
Neanche l’uomo sapeva perché acconsentì, ma si sedette sul bordo del letto
e trascorse il minuto a guardare il proprio orologio da polso. Era un orologio
economico.
«È già ora?», disse quando il minuto fu trascorso.
«È già ora», disse lei. «Può andarsene, se vuole».
Il quinto cliente volle sapere. «Perché lo fai, ragazza?». Parlava in modo
strano, con un accento duro, rispettoso e diffidente allo stesso tempo. Ma non
l’aveva trattata con delicatezza; era rozzo e maldestro.
«Non lo so ancora, signore. Con questo sono cinque».
«Cinque minuti, ragazza?».
«Sì». Non ritenne opportuno aggiungere altro.
L’uomo rimase in piedi, in silenzio; non guardava l’orologio, non lo
portava. «È già ora?», disse quando credette che fosse trascorso il minuto.
Quella era l’unica cosa che li accomunava tutti. Tutti chiedevano: «È già
ora?». Non importava se avessero o meno l’orologio.
«Grazie», disse lei.
Il ventitreesimo – su questo non ci sono dubbi, perché lei contabilizzava
scrupolosamente ogni singolo minuto ottenuto – era un esperto lanciatore di
frecce, un arciere che partecipava a competizioni. Si sorprese più degli altri,
ma si mostrò generoso.
«Un minuto? Potrebbero essere cinque o dieci. È molto piacevole».
«Dieci?». A lei brillarono gli occhi; non si aspettava che qualcuno le
regalasse dieci interi minuti volontariamente.
«Dieci, venti, quanti ne vuoi; niente e nessuno mi aspetta».
«Dieci vanno bene», disse lei, stordita.
Grazie all’arciere e a un anziano molto raffinato ed elegante riuscì a
completare la prima ora. L’anziano non era all’altezza delle circostanze, ma le
regalò comunque mezz’ora intera, in silenzio. Le chiese solo di rimanere nuda,
immobile, e lei acconsentì senza fiatare. L’uomo passò la mezz’ora a guardare
un neo che lei aveva tra i seni: non i capezzoli o la vulva, l’anziano guardava
il neo. Fu la prima volta che fu lei a dire «È già ora», e non era una domanda.
«Non posso», disse lei scuotendo la testa. «Ho completato il mio giorno.
Non lo farò più».
Lui raccolse il denaro formando un mucchietto e se lo rimise in tasca;
aveva capito.
Lei gli prese la mano e lo costrinse a toccarle le palpebre umide.
«Thomas», disse il marinaio indicandosi il petto.
«Samantha», disse lei; storse la bocca e scosse la testa. «No. Non è vero;
mi chiamo Rosa».
«Rosa», ripeté lui trascinando le sillabe fino a trasformarle in un suono
ventoso e aspro, secco come il soffio del fiato in una canna vuota.
«Devi andartene; vattene», disse Rosa indicando la porta.
Thomas annuì tristemente. Fece due passi strascicando i piedi e afferrò la
maniglia; spinse verso il basso e girò la testa. In quel momento vide l’intero
giorno girare tra onde e spirali di colori intorno a Rosa. Lei cercò di
nasconderlo tra le pieghe della blusa, ma scoprì di essere nuda. Troppo tardi
per qualsiasi cosa, mosse le braccia come pale, come una farfalla intrappolata
nella marmellata.
Thomas sbatté le palpebre. Vedeva chiaramente il giorno che lei era
riuscita a ottenere. Era una variopinta fusione di pizzi e ricami; ai lati,
vicino ai punti in cui ogni minuto precipitava nel successivo, si vedevano
rivetti dorati, con rilievi simili a uncini e dischi appena percepibili che
giravano alla massima velocità. L’insieme sembrava una bestia maligna o per lo
meno tortuosa, pronta a far rispettare la propria volontà inesorabile.
«Rosa?». Cercò di avanzare ma fu fermato dal braccio alzato della ragazza.
«Non toccarlo!».
«No?». Thomas, che oltre all’affinità con le essenze possedeva l’intuizione
dei viaggiatori, seppe che quel luogo gli era precluso; un marinaio conosce i
porti proibiti o da quale taverna uscirà con un taglio in faccia. Un no è un
no. Prima si fermò e poi fece un gesto indefinito, di sconcerto o di
prevenzione.
Rosa non seppe interpretare quel gesto: credette che la mano alzata, come
tante altre volte, si sarebbe abbattuta sul suo viso e si coprì con le braccia
a croce.
«No!».
Un no è un no. Lui capì e girò come una trottola. Estese il corpo lungo i
cerchi concentrici di una nebbiosa premonizione e si rannicchiò. Non poteva
esprimere con parole, parole di un’altra lingua che Rosa non avrebbe capito,
che anche lui aveva un giorno intatto, costruito con frammenti di maree, onde,
tempeste. Che cos’è, in fondo, ciò che inseguiamo per tutta la vita? Ma non
poteva neppure dirle che se li avessero uniti avrebbero avuto due giorni
perfetti, due gemme che avrebbero potuto fondersi fino a perdere la loro
identità e diventare molto più del doppio di se stesse.
Rosa intuì qualcosa di tutto ciò, sebbene non volesse rischiare; non doveva
esporre il suo giorno intatto ai capricci di un respiro estraneo. Il complicato
amalgama di spirali girò su se stesso per esporre gli accessi alla brezza che
soffiava dal lontano mare, e diede un nome a ciascuno dei punti che pulsavano
nella stanza. Un bagliore dorato brillò come le ali di un colibrì che sbattono
alla massima velocità.
Thomas, non avendo più nulla da perdere, convocò i suoi amici delle ombre,
si vestì con i bagliori di una giovinezza spezzata in un villaggio chiamato
Soboe, rivisse i simmetrici infortuni di un padre ubriacone e violento, di una
madre violentata dai soldati durante una delle tante guerre. Nascere in
Liberia, è la stessa cosa che essere linciati da una folla assetata di sangue.
Allora, non avendo più nulla da perdere, creò un fulgore flessibile,
sotterraneo, saporito, la specie di materia che covano nei loro nidi gli
uccelli invisibili, l’accolse nel cavo della mano e lo conficcò nel petto di
Rosa. Disse qualcosa nella propria lingua, una parola di scusa, capace di
esprimere tutto l’amore dell’universo. E mentre la donna dissanguava, lui trovò
la forza di tagliarsi la giugulare con il filo di un’onda.
Il tempo, convinto che quello fosse il miglior finale possibile, sommò i
giorni vinti da Rosa e Thomas e li moltiplicò per due, per quattro, per otto,
per infinito. Più tardi, molto più tardi, uscì dalla stanza, chiuse a chiave e
la gettò nelle fauci di un drago che passava casualmente di lì.
Traducción al italiano: Heiko Caimi
El cuento en castellano:
https://microficcionesycuentos.blogspot.com/2026/08/un-minuto-de-su-tiempo.html
El cuento en italiano: INKROCI
Sergio Gaut vel Hartman – Un minuto del suo tempo - Inkroci Magazine
