«Buona sera, si ricorda di me?» L'uomo che aveva interrotto la marcia del
colonnello Jorge Iribarren era basso, con la carnagione scura e i capelli
ricci; indossava un giubbotto da aviatore, pantaloni di tela e stivali di
cuoio.
«No, non mi ricordo,» rispose Iribarren, «Dovrei?»
«Credo di sì,» ribatté l'altro. Tolse una sigaretta
dalla tasca interna del giubbotto e la accese con la stessa mano, con un movimento
magico o che tale sembrò agli occhi di Iribarren.
«Lei mi ha ucciso, qualche tempo fa.»
Il
colonnello Iribarren attese qualche secondo. Il crepuscolo lasciava il
passo alla notte. Prima di rispondere, guardò il cielo sgombro di nubi e la
luna che spuntava tra gli edifici del viale.
«Ah, sì, ma non me ne ricordo in particolare; ho
ucciso diverse persone come lei, però in genere non tornano a reclamare. Ne è sicuro?»
«Della mia
morte o che lei ne sia stato il responsabile?»
«Di entrambe le cose,» replicò Iribarren senza mutare
espressione. Nel corso della sua vita si era già trovato in situazioni
problematiche e un mitomane non poteva rappresentare niente di peggio.
«Magari si ricorderà, se le dico il mio nome.»
«Non credo,» si affrettò a dire Iribarren.
«Non importa. In vita ero il comandante Sampedro.»
Iribarren fece un passo di lato, con la pacata
intenzione di superare l'ostacolo e proseguire il suo cammino senza altri
indugi. Riteneva, nonostante l'aspetto bizzarro della situazione, di essersi
comportato correttamente, senza mostrare ostilità né un cinismo maggiore di
quanto fosse in lui abituale. Perciò, quando il comandante Sampedro imitò il
suo movimento e tornò a bloccargli la strada, ritenne che il tempo della
pazienza si fosse esaurito.
«Mi scusi, vivo o morto, lei mi sta intralciando il
cammino La mia famiglia mi aspetta. Le ho già detto che non la conosco, che non
mi risulta di averla uccisa odi aver dato l'ordine di ucciderla. Non ho avuto
niente a che vedere con la sua morte, perciò torno a chiederle, educatamente,
di togliersi dalla mia strada.» "Togliersi dalla mia strada" suonò in
un'ottava più alta rispetto al resto della frase. Nello stesso tempo, come
obbedendo a un segnale o ad un programma, i lampioni del parco della Riconciliazione
Nazionale si accesero contemporaneamente. Fu come se un lampo avesse deciso di
protrarsi dopo lo scoppio iniziale.
Iribarren batté le palpebre e Sampedro sorrise. Alle
spalle del comandante era schierata una folla di uomini e donne dai volti gravi
e corrucciati. C'erano bambini, c'erano anziani.
«Guardi, colonnello. Se crede che mi stia sbagliando,
se crede di non essere stato lei a uccidermi, ecco un'ottima possibilità di
riparare l'errore. Sono sicuro che abbia assassinato diverse di queste persone,
forse addirittura molte di loro. Sebbene anche una sola, come prova, sarebbe
sufficiente, non le pare?»
Il pallore lunare che coprì il volto di Iribarren
mostrò chiaramente che questa volta era stato toccato dalla mossa di Sampedro.
La folla pareva essersi mobilitata per venire a chiedergli conto, a lui in
particolare, della condotta che aveva tenuto in passato. Vivi o morti, erano
lì. Reali o no, erano lì. Decise, tuttavia, di non risultare ovvio, protestando
di aver obbedito a ordini superiori. Fedele al suo stile. contrattaccò.
«Ne ricordo alcuni piuttosto che altri. Un tale
Bernal,» dichiarò, «Rosa Naranjo, Bernardo Zelinsky e un ragazzo che si faceva
chiamare "Mitraglia". Marcelo Cardoso. Ci sono tra loro?» Li comprese
tutti con un movimento della mano. «È sufficiente?»
«Ci sono,» rispose Sampedro, molto serio, «se è
sufficiente... poi si vedrà.»
Quattro figure si staccarono dalla folla e avanzarono
risolutamente fino a trovarsi, a due a due, ai lati di Sampedro. La donna
teneva per mano una bambina. Zelinsky era un vecchio avvizzito e
"Mitraglia" e Bernal quasi adolescenti.
«Siete voi quelli che ho nominato?» chiese Iribarren.
«Non mi ricordo di voi, non ricordo i vostri volti,
per il momento.»
«La mente seleziona,» affermò Sampedro, riflettendo.
«È meglio dimenticare alcuni fatti e, in questo senso, niente di meglio che
dimenticare le facce delle persone che si sono ammazzate, non le pare?»
Iribarren
non sentì niente di speciale vedendosi circondato da persone che non solo
assicuravano di essere morte, ma lo accusavano di averle assassinate. Niente
di speciale; e sapeva perché. «E adesso?» domandò. «Volete vendicarvi? È così?»
I cinque si guardarono tra loro, presi da un evidente
sconcerto. Infine, parlò la donna, Rosa.
«Crede che non lo faremmo? La faremmo a pezzi senza
riguardo e senza rimorsi. Ma non
possiamo; i morti non possono uccidere.»
«Capisco,»
mormorò Iribarren, «i morti non possono uccidere.» Il suo volto
inespressivo faceva da barriera ai sentimenti confusi che iniziavano a roderlo
internamente.
«Non ha paura?» chiese Bernal. Adesso sembrava un uomo
calmo e semplice, non un ragazzo, né tanto meno il tipo di allucinato che si
può liquidare come se fosse un insetto.
«Paura di un incubo?» Iribarren elaborò una smorfia
che fu sul punto di fiorire in un sorriso, senza riuscirci.
«E questo, allora,» proferì Sampedro, «crede che sia
un sogno.» Il comandante si morse il labbro superiore e rimase così per alcuni
secondi. Iribarren indovinò che al suo avversario non piaceva la piega che
stavano prendendo i fatti. Era sicuro che questa possibilità fosse stata
contemplata nelle analisi preliminari, ma non aveva alcun mezzo per convincere
lui, il colonnello Jorge Iribarren, che non stava sognando, che quello non era
un semplice incubo, di quelli che svaniscono al risveglio.
«Sto sognando o sto avendo un'allucinazione,»
insistette Iribarren. «Un incubo può essere qualsiasi cosa, compreso questo
delirio. È iniziato quando lei ha attraversato la mia strada, anche se non
ricordo che cosa è successo prima La mia visione è piena a partire da un punto
del passato e poi c'è un abisso. Ma dì una cosa sono sicuro: voi siete una
creazione della mía mente; non esistete.»
«Della sua mente ferita, della sua mente malata?»
Sampedro cercava di recuperare l'iniziativa, di colpire con rabbia, ma
Iribarren sapeva che non sarebbe riuscito a penetrare la sua corazza; sapeva di
essere duro, molto duro. Il fantasma di un morto non avrebbe avuto la meglio su
di lui.
«Della mia mente.» Iribarren guardò i cinque disposti
a ventaglio davanti a lui, senza timore né benevolenza. Stava durando troppo ed
era estremamente convincente. Ma gli eccessi non l'avevano mai scosso.
«Che cosa vuol dire?» Zelinsky fece un passo avanti e
allungò il braccio. Aveva mani enormi e avrebbe potuto strangolare Iribarren
con una sola di esse. «Crede di poter risolvere tutto questo ricorrendo alla
follia?»
«Non credo ai fantasmi? dichiarò Iribarren. «Non credo neanche alla colpa, né ai miti,
né al dolore. L'unica cosa a cui credo, un poco, è la morte.»
«Per tutte queste ragioni,» commentò Sampedro, «è
convinto di sognare? Poveraccio!»
Iribarren non si alterò e, scrollando le spalle,
disse: «Non c'è altra spiegazione. Basterà che mi sforzi un po' e mi sveglierò.
L'ho fatto altre volte.» Chiuse gli occhi, strinse le palpebre; sulla fronte
gli si disegnarono alcune linee, come pentagrammi; due o tre verruche e una
cicatrice composero una melodia. Ma quando li riaprì, la scena non era
cambiata. Per la prima volta, parve un po' disorientato.
«Piena o no,» affermò Sampedro, «la visione persiste. Che cosa le rimane? Rimane qualcosa? Dell'abisso,
dico, della notte nera. Non sogna, non è pazzo, non ha le allucinazioni. Che
cosa le rimane?»
«Mi scusi, non capisco quello che dice. Forse sono
immerso in una trance indotta da una droga. È possibile: qualcuno mi ha
somministrato una droga per obbligarmi a vivere questa esperienza. Ma l'effetto non può essere eterno. Ne
uscirò, può stare sicuro che ne uscirò.»
Il
comandante Sampedro sbuffò. «È più forte di quanto pensavo. No.
colonnello Iribarren; ciò che stiamo costruendo per lei non è un incubo, è
qualcosa di simile a una prigione, e ci resterà per sempre. Lei non potrà più uscirne; ci occuperemo noi che
sia così.»
«Ne
uscirò,» ripeté Iribarren con assoluta tranquillità. «Non sia assurdo. Mi
sveglierò.»
Fece una pausa e prese una sigaretta. Lui non sapeva
fare magie: la accese con un fiammifero. Dopo aver esalato una complessa
boccata di fumo, additò Sampedro con la stessa mano con la quale teneva la
sigaretta: gli tremava un poco.
«Le dirò che cosa farò per farla finita una buona
volta con questa illusione.Voi siete morti e sepolti, io e i miei compagni ci
siamo assicurati che fosse così. Quindi vi verrò contro, passerò attraverso i
vostri corpi e. quando mi troverò dall'altra parte, tutti voi sparirete come il
fumo di questa sigaretta.»
«Però non è sicuro,» proferì Zelinsky. «Se urta contro
i morti, se non siamo fatti di nebbia, si troverà in un grave problema, non è
così?»
Iribarren considerò la radice del dilemma. Era
esattamente come aveva detto il morto: doveva rischiare e verificare la
consistenza della muraglia. Ma... e se i morti erano solidi? Che cosa avrebbe
fatto, allora?
«Non ha bisogno di fare la prova,» disse Sampedro,
petulante. «Mi creda sulla parola e accetti docilmente il suo destino. Non le è mai passato per la testa che
avrebbe dovuto pagare per ciò che ha fatto?»
Il colonnello sentì una marea incontenibile salirgli
fino alla bocca, una risata fragorosa, e questa volta non la soffocò. «Castigo?
Crede che abbiamo fatto quello che abbiamo fatto per passare il resto della
nostra vita aspettando di essere castigati dalla stessa volontà che ha armato
la nostra mano? Noi sappiamo riconoscere quando Dio ci circola nelle vene,
mescolato al sangue. Forse voi avevate dei dubbi quando uccidevate i nostri? La
vostra religione non è simile alla nostra?»
Il luogo in cui migliaia di morti e l'assassino
stavano in piedi, affrontandosi come pedine su una scacchiera, riprese
improvvisamente il ruolo di protagonista. Il parco della Riconciliazione
Nazionale tornava a essere il desolato campo di battaglia. Un'unica gola —la
folla lì riunita— ruggì un puro grido di guerra e il colonnello Iribarren non
poté fare a meno di rabbrividire.
«No, non avevamo dubbi,» confermò infine Sampedro.
«Ma non ne avremo neanche adesso,» incalzò Zelinsky,
mostrando il pugno a pochi centimetri dal naso del militare.
Iribarren
aprì gli occhi, finché sembrò che schioccassero come mandibole. I morti si
ritrassero.
«Ve ne
rendete conto, adesso?» chiese Iribarren. «Voi non siete nulla, fumo, nebbia,
vapore, condensazione dei miei stessi dubbi, poiché non mi permetto dí sentire
nessuna colpa per ciò che ho fatto, per ciò che abbiamo fatto.»
«Siamo pari. Iribarren,» disse Sampedro, tornando alla
sua posizione precedente, «e contiamo su un piccolo vantaggio, microscopico. Sa
giocare a scacchi?»
«Che cosa c'entra questo, adesso? So giocare, che cosa
le importa?»
«Allora saprà,» replicò Sampedro senza esitare, «che
un buon giocatore è capace di vedere la strategia vincente nel cuore
dell'equilibrio più ferreo. Simmetria od equilibrio. Sa anche questo?»
«Mi lasci in pace! È in questo che consiste la
vendetta, nel tenermi qui contro la mia volontà, tormentandomi con enigmi e
minacce velate?»
Sampedro si mise a ridere e alcuni degli altri
accompagnarono la sua risata senza troppa convinzione. «Lei compra a poco
prezzo, quasi regalato, e vuole vendere a prezzo d'oro. No, Iribarren. Sarebbe
troppo semplice, molto... ordinario che ci accontentassimo di farle vivere
questo come un incubo.»
«È un incubo, dannazione! Mi sveglierò e tutti voi
tornerete a essere nulla!»
«Non è un incubo, colonnello,» dichiarò Rosa.
«Non è un incubo,» ripeté Bernal, come un'eco.
«Cercherete di piegarmi ripetendolo? Direte migliaia
di volte "Non è un incubo, non è un incubo", credete che questo sarà
sufficiente?»
Iribarren lasciò che una smorfia cinica gli coprisse
il volto come una macchia.
«Voi, oltre
a essere morti, siete anche imbecilli. Non funziona così: io sono un
professionista e anche una persona convinta di quello che ha compiuto. Di
fatto, tornerei a compierlo. Credete di essere gli unici ad avere un'ideologia,
dei valori, degli interessi?»
«Un momento fa, ha detto che non crede alla colpa, né
al dolore, il che mi fa pensare che non creda quasi a nulla,» ruggì Sampedro.
«Appena, un poco, alla morte. È stato lei a dirlo, non io. Ora parla di idee,
di valori...»
«Non riuscirà a sconfiggermi in uno scontro
dialettico, Sampedro. Anche in questo caso, ha scelto male la sua preda. Perché
non è andato in cerca di uno zotico come il generale Pozzi o il colonnello
Estévez? Con loro avreste potuto giocare a questo gioco fino a stancarvi, come
il peggior gatto con il miglior topo. Ma non con me. Io leggo, studio; la mia
guerra contro di voi trascende di gran lunga la difesa degli interessi dei
gruppi economici. La mia è stata una crociata, Sampedro, e non riuscirà a sottomettermi
così facilmente.»
Sampedro osservò i suoi compagni e fece loro un gesto
di approvazione. Ma fu Zelinsky a
parlare.
«Non si
immagina quello che l'aspetta.»
Iribarren contemplò Zelinsky e il suo sguardo fu come
una stoccata. «Mí aspetto dí risvegliarmi una buona volta, questo mi aspetto,
che voi scompariate dal mio orizzonte. Mi aspetto di attraversare questo
maledetto parco e di arrivare a casa mia, di stare con la mia famiglia, cenare,
leggere un po' prima di andarmene a dormire. Mi invidiate per questo? Io ce
l'ho, voi l'avete perso. Io ho vinto! Io ho vinto, dannazione!» Il colonnello
si passò la mano sul volto, come se volesse strapparsi una maschera; si premette
la base del naso con due dita e poi scosse la testa, da un lato all'altro; lo
schiocco delle vertebre risuonò nella notte calma e tiepida.
«No, colonnello,» dichiarò Sampedro, «la partita è
ancora in corso; e abbiamo buone prospettive di forzare la posizione.»
Iribarren, senza preavviso, si gettò contro i morti
della prima fila, anche se non fu abbastanza rapido da sorprenderli. I morti si
fecero da parte e il colonnello inciampò e cadde senza eleganza nelle
sterpaglie. Delle risate contenute nacquero e si estinsero subito.
«Non cerchi di dimostrare che siamo fantasmi,»
ridacchiò Zelinsky. «Non è questo il punto, Iribarren.»
Iribarren si rialzò con dignità e, senza guardarsi
indietro, si incamminò direttamente verso casa sua. Era sicuro che alle sue
spalle non restassero altro che frange sfilacciate del delirio, ma non volle
dare soddisfazione a quei morti da quattro soldi.
L'episodio perse progressivamente consistenza mentre Iribarren si
avvicinava a casa. Seppe che la quotidianità, gli oggetti di sempre, stabili ai
loro posti abituali, avrebbero spazzato via gli ultimi residui
dell'allucinazione. E se non fosse
stata un'allucinazione? Era l'unica spiegazione possibile. La
tranquillità di sapere ciò che lo aspettava poco oltre lo ricoprì come un
manto. Ricordava ogni dettaglio con una precisione stupefacente e farne
semplicemente l'inventario gli infondeva una specie di potere psichico. Il
giardino, il cane, la griglia che utilizzava per cuocere la carne, l'arancio,
la cassetta con le armi. Tutti quegli oggetti lo riportavano alla realtà. Per
questo era sicuro che fosse stato un incubo o l'effetto indesiderato di un
incidente per il quale poi avrebbe trovato una spiegazione. Pensò a Lucia,
forse un po' irritata per il ritardo, occupata a scaldare nuovamente la cena, a
Martita che si strofinava gli occhi, tenace nella sua resistenza agli assalti
del sonno, e a Gonzalo, impaziente ma disciplinato, obbediente agli ordini del
padre: non sarebbe uscito con i suoi amici senza salutarlo e scambiare qualche
parola con lui. Le cose ben impostate sono fatte per durare, si disse.
Un unico brivido lo percorse da capo a piedi quando
arrivò in vista della casa. Le luci
erano spente, come se non ci abitasse nessuno. Non era giusto; tra la
vita attuale e la vita eterna e superiore, che sarebbe seguita a quella
presente, non c'era altro se non avvenimenti prevedibili, elementari; si sforzò
affinché continuasse a essere così. Batté le palpebre e le luci si accesero, come
si erano accese quelle del parco, con un lampo. C'era un técnico incompetente
che si muoveva tra le ombre dei salici, un assistente maldestro che si
distraeva continuamente e dimenticava di mettere in scena gli elementi
appropriati? Iribarren si riprese subito e camminò con passo deciso per coprire
gli ultimi metri. I latrati di Bismark, il dalmata, che lo aveva fiutato a
distanza, chiusero il cerchio di segnali invisibili. Permise al cane di
saltargli addosso come un saltimbanco sfrontato, quando apri il cancello di
inferriate, e poi lo allontanò con un gesto brusco della mano. Affondò la
chiave nella serratura della porta di legno con la sicurezza di un lama e,
senza potersi trattenere, gridò:
«Lucia, sono a casa!» Gli rispose un silenzio
particolare. Non un silenzio assoluto o brutale, ma un silenzio strano, fatto
di minuscole particelle di rumore. Rumori attutiti, rumori di giocattoli che
rotolano su un mucchio di sabbia, rumori lanciati attraverso la sala da una
mano maldestra, rumori insoliti, ottusi. Il rumore che fanno gli attori,
comprese, quando si vestono dietro le quinte, nell'intervallo tra un atto e
l'altro. Tra un atto e l'altro, si ripeté. Sentiva il sussurro di pensieri
svaniti e confusi e i nomi gli si annodarono in gola. Lucia. Martita, Gonzalo.
Volle pronunciarli e non ne fu capace. «Sono qui,» disse una voce scontrosa. La
donna spuntò dalla penombra della cucina. Avanzava asciugandosi le mani,
trascinando i piedi, sbuffando. Era Rosa Naranjo.
«Che cosa ci fa a casa mia?» disse Iribarren, o quasi
lo disse, perché le parole gli si seccarono tra il palato e le gengive e non
arrivarono nemmeno alle labbra. Ma la donna riuscì a interpretare il grugnito.
«Che cosa ci faccio a casa mia?» rispose. «Cucino per il signore, che arriva a
qualsiasi ora.»
«Dov'è Lucia?»
«Chi è Lucia?»
«I ragazzi, dove sono?»
«Sono qui,» rispose la bambina che Rosa teneva per
mano nel parco. Iribarren la guardò per la prima volta: era scura di capelli e
aveva occhi sporgenti; non assomigliava assolutamente a Martita. Ma la bambina
non gli diede tregua. «Marcelo non mi vuole prestare le sue pedine.» Marcelo.
Pedine. Non era possibile. Come c'erano riusciti? Dov'erano quelli veri? Lucia.
Martita. Gonzalo.
«À venuto tuo padre,» disse la donna, «senza
avvertire, come sempre.»
«Mio padre?» Iribarren girò la testa guardando le
pareti, come se suo padre potesse far parte della cospirazione.
«È nella saletta, sta giocando a scacchi con Marcelo.»
Iribarren
decise di saltare tutti i passaggi intermedi. Si gettò brutalmente
contro la porta e, con lo slancio che aveva, rovesciò i pezzi e la scacchiera:
erano Zelinsky e "Mitraglia".
«Come mai questo nervosismo?» brontolò il vecchio. «Ti
è successo qualcosa?»
«Successo?» Iribarren fissò uno sguardo intontito sui
quattro cavalli che, per uno strano caso, erano andati a finire insieme su un
tappeto bianco ricamato. «Figli di
puttana! Schifosi!»
«Jorge, che
cosa ti succede? Mi fai paura,» protestò Zelinsky. «Marcelo, tuo padre
è...»
«Pazzo?» Marcelo scosse la testa. «Non è pazzo. Un po'
frastornato per qualcosa che gli è successo nel parco, non è vero, papà?»
«Non mi è successo niente nel parco. Che cosa potrebbe essermi successo?» Iribarren
si mosse con accortezza e gettò avanti le mani come due fruste. Fu lui il primo
a restare sorpreso quando le dita toccarono la gola del vecchio e riuscirono a
chiudersi, formando un cerchio d'acciaio. Fuori, Bismark latrò.
«Che cosa... fai?» balbettò il vecchio. Marcelo separò
le braccia di Iribarren senza sforzo, più che altro perché lo sconcerto aveva
annullato la volontà del colonnello. La solidità della carne. La consistenza
delle vertebre e lo spinoso fogliame sulla nuca. II tentacolo gelato di un
incubo che si prolungava all'eccesso.
«Che cosa
ne avete fatto di loro?»
«Di chi?» Marcelo parlava con calma. Era diversi anni
più grande di Gonzalo, più corpulento, e freddo. Non gli sarebbe costato molto
liquidare suo figlio.
«Andiamo a mangiare, una buona volta, o no?» recitò di
nuovo la voce aspra di Rosa Naranjo. «La piccola muore di fame.»
«Voi non esistete,» affermò ancora una volta
Iribarren. Ma, dopo aver pronunciato quelle tre parole, abbassò le braccia; non
c'era niente da fare. «Va bene,» mormorò. «Avete vinto. Volete che lo dica? Lo
dico, va bene. Sono una bestia feroce, un assassino. Vi chiedo umilmente
perdono per tutto quello che vi ho fatto, per quello che vi ho fatto soffrire e
per avervi assassinato. È sufficiente? Adesso restituitemi la mia famiglia.»
Non suonava credibile, ma non riuscì a immaginare nessun'altra strada. Le armi
erano lontane e non sarebbero servite a niente, lo sapeva. Era tardi per tutto.
Gli impostori, i sostituti, gli attori di quella
farsa, i simulatori si mossero come se avessero imparato a ballare in un
ascensore, con passi misurati, con gesti elaborati senza specchio.
«Non esistiamo?» Chi parlava era Zelinsky. «Quante altre prove saranno necessarie
perché accetti la realtà così com'è, non come ti piacerebbe che fosse? La
tua famiglia? Noi siamo la tua famiglia, l'unica famiglia possibile. Imparerai
a vivere con noi, non preoccuparti.»
«Voi non siete reali,» singhiozzò Iribarren. «Io vi ho
ucciso. Io ho ucciso Bernal con una scossa letale. Tutti voi. Volete che ve lo
metta per iscritto? Era questo che stavate cercando? Volete che vada ai
giornali, alla televisione, che mi faccia intervistare? D'accordo, lo farò. Che
cos'altro volete che faccia?»
«Un'altra volta la scena della colpa?» Rosa fece una
smorfia di insofferenza. «Adesso è una volta alla settimana; presto sarà tutti
i giorni.»
«Che cos'ha papà, mami?» sussurrò la bambina, che non
era Martita.
Iribarren alzò gli occhi e recuperò una certa
fermezza.
«Molto abili. Molto astuti. Così, siete l'unica
famiglia che mi merito. Non avevo pensato che poteste essere così ingegnosi.»
«Andiamo a mangiare, finalmente?» domandò Rosa,
impaziente.
«No, io non vengo a mangiare,» replicò Iribarren. «Ho delle cose da fare.»
«E adesso, che cosa c'è?»
«Continuate a fare il gioco che più vi piace.» Il
colonnello sembrò essersi collegato a una rete remota, di quelle che si
attivano in caso di emergenza. Voltò loro le spalle e uscì dalla stanza, uscì
di casa. Nessuno tentò di impedirgli di prendere l'auto, nessuno si intromise
mentre si dirigeva verso la caserma. Era una pessima ora per disturbare la
gente, ma le circostanze lo esigevano. Guidò come un indemoniato. Passò senza
fermarsi tutti i semafori rossi e arrivò in dieci minuti. Lo lasciarono entrare,
tra grida di comando e stridore di pneumatici sulla ghiaia. Lasciò il motore
acceso e la porta del veicolo aperta. Salì i tre gradini con un balzo ed entrò
nell'ufficio di Pozzi sbuffando, stravolto.
«Che cosa le succede, colonnello? Si sente male?» Sampedro prese una sigaretta dalla tasca interna del giubbotto e la accese con la stessa mano, con un gesto che a Iribarren non sembrò né magico né innaturale. Guardò negli occhi l'uomo basso, con la carnagione scura e i capelli ricci, che indossava un giubbotto da aviatore, pantaloni di tela e stivali di cuoio, e seppe che ora, per la prima volta, il cerchio si era chiuso completamente e che in tutto l'universo non esisteva nessuna forza capace di romperlo per concedergli la libertà.
Título original: El círculo se cierra
Tradotto dallo spagnolo: Stefania Olivieri

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